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ECONOMIA QUASI FERMA, L’ORO CORRE

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L’economia italiana resta inchiodata a una crescita debole, frenata da un contesto internazionale incerto e da nuovi venti contrari sui mercati. È la fotografia scattata dalla Congiuntura flash del Centro studi di Confindustria, che parla di un’economia “quasi ferma” e più fragile rispetto al resto dell’Eurozona.

A pesare sono soprattutto un export debole, penalizzato da un dollaro svalutato, consumi interni frenati dall’aumento dell’incertezza e un’industria che continua a muoversi in modo volatile. In questo scenario, le famiglie italiane tendono a risparmiare di più, comprimendo la domanda, mentre il prezzo dell’energia torna a rappresentare un fattore di pressione: petrolio e gas non scendono più e restano su livelli elevati, con il gas addirittura più che doppio rispetto al 2019.

Il segnale più evidente delle tensioni globali arriva però dai mercati finanziari. L’oro è in forte rialzo, una dinamica che storicamente accompagna le fasi di crisi e che riflette la ricerca di beni rifugio da parte degli investitori. “Le tensioni gonfiano l’oro e non fermano la Borsa”, sottolinea il Centro studi: se da un lato cresce la domanda di asset percepiti come privi di rischio, dall’altro i mercati azionari continuano a mostrare una certa resilienza.

Secondo Confindustria, la corsa dell’oro è legata anche a una perdita di fiducia verso gli Stati Uniti, alimentata dalle politiche commerciali, dai dubbi sulla sostenibilità del debito pubblico – salito al 120% del Pil – e dalle tensioni geopolitiche. Questi fattori hanno spinto al rialzo i rendimenti dei Treasury e indebolito il dollaro, che a gennaio 2026 risulta svalutato del 13% rispetto a un anno prima contro l’euro. Una dinamica che compromette la competitività delle esportazioni italiane e contribuisce al rallentamento complessivo.

Sul fronte azionario non si registra una fuga dagli asset rischiosi, ma piuttosto una penalizzazione delle quotazioni statunitensi rispetto a quelle europee. Nel 2025 Wall Street ha chiuso in rialzo, ma con performance inferiori a quelle del Vecchio Continente: +14% negli Usa contro il +20% della Germania e il +28,4% dell’Italia, un dato in controtendenza rispetto al passato.

Gli unici fattori di sostegno arrivano dal fronte interno. L’accelerazione finale del Pnrr, la riduzione dei tassi sovrani e la graduale risalita del credito rappresentano elementi positivi, ma non sufficienti a imprimere una svolta. Per Confindustria, gli investimenti restano l’unica vera spinta potenziale al Pil, mentre l’industria continuerà a muoversi in modo incerto almeno fino a fine 2025.

Nel confronto internazionale, l’Eurozona cresce a ritmi deboli, gli Stati Uniti fanno meglio delle attese e la Cina centra l’obiettivo di crescita, con un Pil al +5% nel 2025. Per l’Italia, però, il messaggio è chiaro: senza un rafforzamento strutturale della domanda e della competitività, la ripresa rischia di restare al palo, mentre le tensioni globali continuano a spingere gli investitori verso l’oro.

26/01/2026

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