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GUERRA IN IRAN, EFFETTO SHOCK SULL’ECONOMIA ITALIANA

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L’escalation del conflitto in Medio Oriente inizia a presentare il conto anche alle imprese italiane. Secondo l’ultima analisi del Centro Studi di Confindustria, la guerra in Iran sta già producendo un impatto significativo sul sistema economico nazionale, aggravando uno scenario congiunturale definito “in peggioramento”.

Energia, il vero nodo per le imprese

Al centro delle preoccupazioni c’è il rialzo del prezzo del petrolio, innescato dal conflitto e dalla tensione sui mercati internazionali. Lo shock energetico si sta traducendo in un aumento diretto dei costi di produzione, con effetti a catena su competitività e marginalità.

Le stime di Confindustria delineano due scenari:

  • Scenario ottimistico: se il conflitto si chiudesse entro metà 2026, con petrolio a 110 dollari al barile, le imprese italiane sosterrebbero 7 miliardi di euro in più di costi energetici rispetto al 2025.
  • Scenario critico: in caso di guerra prolungata per tutto il 2026 e petrolio a 140 dollari, il conto salirebbe a 21 miliardi di euro aggiuntivi, con un’incidenza sui costi totali che potrebbe raggiungere il 7,6%, livelli vicini a quelli del picco del 2022.

Un livello considerato difficilmente sostenibile, soprattutto in un contesto di concorrenza internazionale dove i costi energetici risultano più bassi, in particolare nel continente americano.

Fiducia in calo, segnali di rallentamento

L’impatto della crisi non si limita ai costi. I dati congiunturali mostrano un peggioramento diffuso:

  • cala la fiducia delle famiglie, con possibili effetti sui consumi
  • aumentano i tassi sovrani
  • si indeboliscono le aspettative dell’industria
  • rallenta il settore dei servizi

La produzione industriale cresce appena (+0,1% a febbraio), mentre nel primo trimestre si registra una flessione complessiva. Anche il settore dei servizi, che aveva iniziato il 2026 in ripresa, mostra segnali di brusca frenata, soprattutto sul fronte della domanda.

Tengono investimenti e costruzioni

In questo quadro, emergono però alcuni elementi di resilienza. Gli investimenti restano sostenuti nel primo trimestre, anche grazie alle risorse del PNRR, mentre il comparto delle costruzioni registra un miglioramento della fiducia, trainato dalle aspettative sull’occupazione.

Consumi fragili e risparmio in aumento

Sul fronte della domanda interna, i segnali restano deboli. Le vendite al dettaglio sono in lieve contrazione e la fiducia dei consumatori è in calo. Questo potrebbe tradursi in un aumento del risparmio precauzionale e in una conseguente riduzione dei consumi nei prossimi mesi.

Le principali criticità per le aziende

Dall’indagine condotta tra le imprese associate emergono chiaramente le priorità:

  • costo dell’energia (prima criticità per il 25% delle imprese)
  • costi di trasporto e assicurazione
  • aumento dei prezzi delle materie prime

A questi si aggiungono ostacoli alle esportazioni e rincari dei semilavorati, destinati a pesare ancora di più in caso di prolungamento del conflitto.

Competitività a rischio

Il quadro che emerge è quello di un sistema produttivo sotto pressione, già appesantito negli anni scorsi dall’aumento dei costi energetici. Rispetto al periodo pre-Covid, l’incidenza dell’energia sui costi totali è cresciuta significativamente, riducendo il vantaggio competitivo delle imprese italiane rispetto ai principali partner europei.

Se il conflitto dovesse protrarsi, il rischio è un ulteriore deterioramento della competitività internazionale e un rallentamento più marcato della crescita economica.

Per il sistema delle imprese italiane, la variabile energetica si conferma ancora una volta il principale fattore di rischio strategico.

20/04/2026

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