La Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) interviene sul rapporto tra Fisco e contribuenti in Italia, imponendo una riflessione profonda su regole, garanzie e trasparenza. Con una recente sentenza, la Corte ha stabilito che l’attuale sistema italiano sull’accesso ai dati bancari da parte dell’Agenzia delle Entrate attribuisce all’amministrazione finanziaria una “discrezionalità illimitata”, in violazione del diritto alla vita privata.
Secondo la Cedu, Roma dovrà riformare le leggi e la prassi che disciplinano l’acquisizione e l’esame dei conti bancari a fini di verifica fiscale, introducendo tutele procedurali più solide per cittadini e imprese.
Il caso e la decisione della Corte
La sentenza nasce dal ricorso di due cittadini italiani che, tra il 2019 e il 2020, erano stati informati dalle proprie banche che l’Agenzia delle Entrate aveva richiesto informazioni dettagliate sui loro conti, comprese la cronologia delle transazioni e altre operazioni finanziarie riconducibili a loro, per periodi compresi tra uno e due anni.
Pur riconoscendo che l’ordinamento italiano prevede regole che limitano i casi in cui il Fisco può accedere ai dati bancari, la Cedu ha rilevato che tali limiti non vengono effettivamente rispettati nella pratica. Da qui la conclusione: violazione del diritto alla vita privata sancito dalla Convenzione europea.
Garanzie giudicate insufficienti
Un punto centrale della pronuncia riguarda le tutele a disposizione dei contribuenti. Secondo la Corte, chi subisce l’accesso ai propri dati bancari non dispone di strumenti efficaci per verificare la legittimità delle misure adottate, né davanti ai tribunali tributari o civili, né tramite il Garante del contribuente.
In particolare, l’attuale sistema non consente un controllo tempestivo e indipendente sull’operato dell’Agenzia delle Entrate, lasciando il contribuente esposto a potenziali abusi senza reali possibilità di reazione immediata.
Cosa cambia: le richieste della Cedu
La Corte chiede all’Italia di intervenire su più livelli. In primo luogo, l’Agenzia delle Entrate dovrà essere obbligata per legge a rispettare rigorosamente le condizioni che autorizzano l’accesso ai dati bancari e a motivare in modo puntuale le misure adottate.
Inoltre, le norme dovranno garantire al contribuente il diritto di ricorso effettivo, senza che questo sia subordinato all’emissione di un avviso di accertamento o rinviato alla conclusione del procedimento fiscale. In altre parole, la possibilità di contestare l’accesso ai dati dovrà essere immediata e non solo “a valle” del controllo.
Le implicazioni per le imprese
Per il mondo delle imprese, la sentenza rappresenta un segnale rilevante. Da un lato, conferma la centralità dei controlli fiscali nella lotta all’evasione; dall’altro, impone un riequilibrio tra poteri dell’amministrazione e diritti dei contribuenti, inclusi imprenditori e società.
Una riforma in linea con le indicazioni della Cedu potrebbe tradursi in maggiore certezza giuridica, trasparenza nelle verifiche e riduzione del rischio di controlli percepiti come invasivi o sproporzionati. Un passaggio cruciale per rafforzare la fiducia tra imprese e Fisco, in un contesto economico che richiede stabilità e regole chiare.
Ora la palla passa al legislatore: l’Italia è chiamata ad adeguare il proprio sistema, trasformando una condanna in un’occasione per modernizzare il rapporto tra Stato e contribuenti.
09/01/2026








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